Il presidente del Consiglio europeo António Costa si è unito al presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva, al presidente kenyano William Ruto e al primo ministro canadese Mark Carney in un articolo pubblicato sul Financial Times per annunciare la nascita della Partners for Multilateralism (P4M). Costa co-presiederà un vertice collegato all’iniziativa a New York questa settimana.

Il mondo è più interconnesso economicamente che mai, con livelli record di scambi commerciali e miliardi di persone online, ma la geopolitica si sta muovendo nella direzione opposta, con il numero più elevato di conflitti tra Stati dal 1946 e una spesa militare ai massimi storici. Nessun Paese, per quanto potente, può affrontare da solo questioni come il cambiamento climatico, l’intelligenza artificiale, le pandemie o gli shock alle catene di approvvigionamento. Il multilateralismo è quindi – per i promotori della P4M – una necessità pratica, non un semplice ideale.

La P4M non sarà un nuovo blocco esclusivo né comporterà la creazione di un’ulteriore struttura burocratica. Si tratta di un quadro flessibile e aperto a Paesi di diverse regioni che condividono i principi della Carta delle Nazioni Unite: uguaglianza sovrana, integrità territoriale, soluzione pacifica delle controversie, divieto della minaccia o dell’uso della forza e rispetto dei diritti umani. Il suo obiettivo è creare coalizioni per promuovere riforme.

L’iniziativa punta a rendere l’ONU e le altre istituzioni internazionali più rappresentative, legittime, efficaci e affidabili; rafforzare i legami tra le organizzazioni regionali; migliorare la governance economica globale; e sviluppare approcci comuni su intelligenza artificiale, cambiamento climatico, sicurezza sanitaria e trasformazione digitale. L’obiettivo è rinnovare il sistema esistente, non sostituirlo.

Costa e gli altri coautori invitano gli altri leader a scegliere la cooperazione invece della frammentazione, il diritto invece della forza e la responsabilità condivisa invece della divisione.

Nel corso del 2026, Mark Carney ha sostenuto in più occasioni che le potenze intermedie devono organizzarsi per evitare di essere schiacciate dalla rivalità tra le grandi potenze. A Davos, a gennaio, aveva avvertito che i Paesi che si trovano tra Washington e Pechino rischiano di “finire nel menù” se non si siedono insieme al tavolo, e da allora ha promosso partenariati basati sulla cosiddetta “geometria variabile”, piuttosto che la creazione di un unico nuovo blocco.

Il lancio della Partners for Multilateralism, con Brasile, Kenya e Unione europea, rappresenta finora il tentativo più evidente di trasformare questa idea in una coalizione concreta per la riforma delle Nazioni Unite e per la cooperazione, caso per caso, su clima, intelligenza artificiale e governance economica.

Carney presenta l’iniziativa come uno strumento attraverso cui i Paesi che non sono né superpotenze né Stati di piccole dimensioni possono mantenere in vita un sistema multilaterale basato sulle regole in un momento in cui i principali attori internazionali adottano posizioni sempre più transazionali. L’attivismo di Carney ha portato alcuni a definire la P4M come una “unione delle potenze intermedie”. A differenza di Brasile, Canada o Kenya, tuttavia, l’Unione europea non si definisce tale.

I leader mondiali si riuniscono questa settimana a New York per la sessione di alto livello della 81ª Assemblea generale delle Nazioni Unite, il cui tema è: “Ripristinare la fiducia, gestire la trasformazione: un’Organizzazione delle Nazioni Unite che garantisca risultati per tutti”. Il dibattito generale si aprirà oggi (22 settembre). António Costa interverrà all’Assemblea a nome dell’Unione europea giovedì (24 settembre) e co-presiederà il vertice della Partners for Multilateralism.

Tradotto da Cesare Ceccato. Articolo originale pubblicato su EUAlive disponibile qui.

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